allegra gioia...I MENZONIERI


Se è menzogna affermare una cosa di cui si sa o si suppone che sia diversa, costui mente, sia pur senza l’intenzione di trarre in inganno. Se invece non si dà menzogna se non quando si afferma una cosa con l’intenzione di ingannare, non commette menzogna colui che, pur sapendo o pensando che la cosa asserita è falsa, dice il falso senza il proposito d’ingannare la persona con cui parla. Egli infatti sa che l’altro non gli presterà fede, e parla così proprio perché sa o congettura che l’altro non crede alle sue parole. Può dunque risultare con chiarezza, almeno in linea dei possibili, che ci sia chi dice il falso per non trarre in inganno il suo interlocutore, e che viceversa ci sia qualche soggetto che dica la verità con l’intenzione d’ingannare. Così, uno che dice la verità perché è convinto che la gente non gli crede, se dice la verità lo fa certo per ingannare: egli in effetti sa di sicuro, o almeno suppone, che quanto da lui detto può esser preso per falso proprio perché lo dice lui. E pertanto, dicendo la verità perché la si prenda come una falsità, egli dice, sì, la verità ma nell’animo vuole ingannare. Si impone quindi la domanda: Chi mente?, colui che asserisce il falso con l’intento di non ingannare o colui che dice il vero con il proposito di ingannare? In effetti il primo sa o immagina di dire il falso, il secondo sa o pensa di dire la verità. Al riguardo abbiamo già sopra affermato che non mente colui che non conosce la falsità delle sue asserzioni, da lui ritenute vere; è invece mentitore colui che dice cose vere credendole false. L’uno e l’altro li si deve giudicare dalle convinzioni che hanno nell’animo. Riguardo agli individui che abbiamo ora elencato la questione non è semplice: e questo dico in primo luogo di uno che sa, o pensa, di dire una cosa falsa, ma la dice allo scopo d’evitare l’inganno. Ecco, ad esempio, uno che, riguardo a una strada, sa che essa è infestata da briganti; e nello stesso tempo egli teme che per quella strada s’incammini una persona la cui salute gli è cara. Sapendo che questa persona non gli presterà fede, egli le può dire che i briganti non ci sono, affinché costui non passi per quella strada, credendola infestata da briganti, per il fatto che a dirgli di no è stato uno al quale egli non presta fede ritenendolo un bugiardo. C’è poi un altro che sa, o crede di sapere, che una cosa è vera, eppure la dice per trarre in inganno. Tale, ad esempio, è colui che a uno che non gli presta fede dice che in una certa via ci sono i briganti conoscendo che lì davvero ci sono; e se gli dice così è perché chi lo ascolta si diriga effettivamente verso quella strada credendo false le parole del collega: di fatto però egli si imbatte nei briganti. Orbene, quale di questi due è mentitore? Colui che preferisce dire il falso per non ingannare o colui che dice la verità con l’intenzione d’ingannare? Colui, dico, il quale dicendo una menzogna ha fatto sì che il suo interlocutore raggiungesse la verità ovvero l’altro che dicendo la verità ha fatto sì che l’interlocutore fosse indotto in errore? Non sarà piuttosto esatto dire che hanno mentito tutti e due: il primo perché volle affermare una falsità, il secondo perché intese trarre in inganno? O diremo per caso che nessuno dei due ha mentito: il primo perché gli mancò l’intenzione d’ingannare, il secondo perché intese affermare la verità? Non discutiamo infatti adesso il problema se l’uno o l’altro abbia peccato ma solo se abbia detto menzogne. Quanto al peccato infatti a prima vista sembrerebbe averlo commesso colui che dicendo la verità ha fatto sì che quello sventurato incappasse nei malandrini, mentre non avrebbe peccato, anzi avrebbe fatto un’opera buona, colui che dicendo il falso ha sottratto quel tizio alla disgrazia. Ma questi esempi si possono invertire, e quindi esserci qualcuno che, non volendo ingannare il prossimo, fa questo per esporlo a una disgrazia più grave. Molti infatti conoscendo la verità di certe cose andarono in rovina poiché le cose erano proprio tali che sarebbe stato meglio se non le avessero mai conosciute. L’altro invece, che vuole ingannare il prossimo, può farlo affinché costui ne tragga un qualche vantaggio: ad esempio certuni si sarebbero suicidati se avessero conosciuto una qualche sciagura capitata realmente ai propri cari; credendo invece a quella falsità si trattennero dal suicidio. In tal modo fu utile a questi ultimi essere stati ingannati, come fu dannoso ai primi l’aver conosciuto la verità. Non si tratta dunque di appurare quali siano stati i sentimenti con cui l’uno ha detto il falso per non lasciar cadere in inganno e l’altro ha detto il vero volendo ingannare: se cioè volevano giovare o nuocere. Escludendo per ora la questione dei vantaggi o dei danni derivati a coloro cui si parla, vogliamo limitarci a considerare la verità e la falsità delle affermazioni in se stesse e vedere quale dei due soggetti sia reo di menzogna, o se per caso lo siano tutti e due o nessuno dei due. In effetti se è menzogna parlare con l’intenzione di dire il falso, ha mentito naturalmente colui che ha inteso dire una falsità dicendo poi quel che gli è piaciuto dire e dicendolo magari con l’intenzione di non ingannare. Se al contrario è menzogna ogni affermazione fatta con l’intenzione d’ingannare, non ha mentito il primo fra i due ma l’altro, cioè colui che anche dicendo la verità intendeva trarre in inganno. Se poi è menzogna un’affermazione detta col proposito di mescolare il vero con il falso, hanno mentito tutti e due: l’uno perché intese come falsa la sua affermazione, l’altro perché dalla sua affermazione vera intese farla prendere per falsa. Se finalmente la menzogna consiste nell’affermare il falso con l’intenzione d’affermarlo per trarre in errore, non è stato bugiardo nessuno dei due: non il primo in quanto dicendo il falso si riprometteva di indurre alla verità; non il secondo in quanto per indurre alla falsità affermava cose vere. Sarà dunque assente ogni doppiezza ed ogni falsità se affermiamo a tempo e luogo ciò che riteniamo per vero riconoscendolo anche come tale, e ciò che affermiamo è quello che vogliamo richiamare alla mente altrui. Ma si danno casi diversi, quando cioè noi tentiamo di proporre solamente quello che diciamo con le labbra, ma noi stessi crediamo vero ciò che è falso o diamo come noto ciò che ci è sconosciuto o non crediamo a ciò che si dovrebbe credere o affermiamo ciò che non si dovrebbe affermare. In questi casi c’è, sì, l’errore della sconsideratezza ma in nessun modo la menzogna. Non si deve infatti temere nessuna delle suddette definizioni quando l’animo dentro di sé è convinto di affermare una cosa che sa di essere vera, o almeno così opina o crede, e così pure se non vuol far credere altro se non quello che afferma. (SANTO AGOSTINO) Se si diano menzogne che, almeno a volte, siano utili.

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