
C’era una volta, in un paese lontano lontano, una donna che
viveva tutta sola, nel cuore di una grande foresta. Aveva
una casetta, un giardino e un grosso gatto grigio. Non era né
bella né brutta, né vecchia né giovane, indossava abiti modesti,
del colore delle pietre, e tra gli abitanti della zona nessuno (neppure i più anziani) sapeva dire da quanto tempo vivesse da quelle parti.
Una mattina di primavera la donna si avviò in cerca di erbe e
piante. Camminava senza far rumore e rileggeva la lista che aveva preparato, perché ultimamente tendeva a dimenticare le cose
meno importanti. Superò la vecchia quercia, uccisa da un fulmine e ormai cava per metà, dove la gente del posto era solita lasciare cose per lei, e udì uno strano, flebile lamento. Si fermò,
volse lo sguardo e vide che nell’incavo della quercia c’era un cesto di vimini. «Che mi abbiano lasciato un maialino?» si domandò. Ma quando si fece più vicina, il cesto diede uno scossone e si
sentì l’inconfondibile pianto di un neonato. Legato al manico del
cesto, trovò un biglietto scritto da una mano rozza che diceva:
Il figlio del demonio
per la moglie del demonio.
– Bene, bene – si disse – vediamo che cosa ci ha lasciato
questo maleducato. – Aprì il cesto e vi guardò dentro. –
Oh, cielo! – disse ad alta voce, guardando il bambino più
brutto che lei, e forse chiunque altro, avesse mai visto.
Aveva un grugno suino e occhi vicini tra loro, con una
particolare punta di giallo. La bocca, grande e cascante,
era già piena di piccoli denti squadrati. Era ricoperto di
una ruvida peluria scura, che somigliava alle setole del
maiale, e aveva grandi orecchie appuntite, come quelle di
un pipistrello. Anche il suo corpo appariva strano, come
un sacco pieno di sassi, piantato su piedi fuori misura.
Di tutti i suoi tratti, solo le mani si potevano definire belle,
con lunghe dita delicate che si chiudevano all’agitarsi
delle tozze braccia.
Sembrava in buona salute e, quando la donna si chinò e gli toccò
la guancia con il dorso della mano, la creatura lanciò un grido
vigoroso e cercò di afferrarle il pollice con la bocca.
– Hai fame, vero? – domandò. – Non lo sai che le streghe dovrebbero mangiarli i bambini, e non sfamarli?
Il brutto bambino si mise a gorgogliare, spingendosi più forte
contro la mano della donna. I suoi occhi gialli guardavano affamati gli occhi grigi di lei. La donna sentì scoccare tra loro la
scintilla di una magia più antica della sua e ne rimase sbigottita.
«Ma cosa vado a pensare?» si domandò. «Come posso tenere un
bambino? Non sono mai stata tanto sentimentale, prima». Si volse al bambino e disse: – Sarai la cena della lince o del lupo grigio. Questo è il tuo destino.
Scostò la mano e fece per andarsene, ma il piccolo, sentendo allontanarsi la calda presenza della donna, riprese a lamentarsi.
In un baleno, quasi senza pensarci, la donna lo prese in braccio
e se lo strinse al seno. Il bambino gorgogliò e la fissò negli occhi
con inconsapevole intensità.
– Be’ – sospirò la donna – sembra che saremo costretti a stare insieme, fagottino. Non ho idea di come faremo o cosa ne sarà di
te. Non ho mai sentito che una donna della mia sorellanza abbia allevato un bambino, ma ultimamente il mondo è pieno di cose
nuove e inquietanti, e questo potrebbe esserne un esempio. Ed
è toccato proprio a me. Forse sarà di insegnamento a entrambi
Ripose con cautela il bambino nel cesto e lo portò con sé, tornando da dove era venuta. Le poche persone che incontrò la salutarono guardinghe con un cenno del capo, cedendole il passo
sul sentiero, ma nessuno accennò ad avviare una conversazione, come avrebbero probabilmente fatto con chiunque altro. Gli
abitanti della zona erano taglialegna, cacciatori di animali da
pelliccia, carbonai e i pochi contadini che coltivavano le scarse
radure. La consideravano strana, perché aveva la sconcertante
abitudine di apparire senza preavviso oltre una curva del sentiero oppure, mentre lavoravano, avvertivano all’improvviso la sua
presenza con la coda dell’occhio, come un filo di fumo che si leva
da un lontano falò. Neppure in autunno, quando persino i conigli nel sottobosco fanno rumore, la sentivano arrivare. Sebbene
in queste occasioni salutasse cortesemente, era di poche parole e
proseguiva silenziosa, sparendo alla vista. La sua voce era bassa
e chiara, e priva dell’accento nasale caratteristico di quella zona.
Non aveva amici e non si dedicava ad alcun commercio, almeno
all’apparenza.
Si facevano molti pettegolezzi su di lei, come è normale che accada in un villaggio. Qualcuno raccontava di averla vista comparire in pieno giorno dalla roccia, scoprendo poi che non c’erano aperture né grotte, ma solo una solida parete nera. Qualcun
altro diceva di averla vista spesso passeggiare insieme al timido
capriolo e una volta persino con un enorme orso bruno, chiacchierando e fermandosi ad ascoltare, come se stesse conversando del tempo o del raccolto delle castagne. I ragazzi della zona si
sfidavano l’un l’altro a percorrere il sentiero che portava alla sua
casetta e a spiare dalle finestre di notte. Nessuno lo aveva mai
fatto, ma le menzogne in proposito si sprecavano. Alcune delle donne più anziane lasciavano cestini di frutta o ciotole colme
di crema di latte e di marmellata nell’albero cavo in capo al suo
sentiero, proprio là dove qualcuno le aveva lasciato quel giorno
un dono ben più strano e meno gradito. I più rozzi frequentatori della foresta le lasciavano, nello stesso posto, borse di pelliccia
ricavate con abilità dalla pelle di una faina oppure vasi in pietra
pieni di liquore di sambuco che distillavano in autunno mentre
aspettavano che il cumulo della legna nelle carbonaie finisse di
bruciare. Erano persone semplici, ancora in grado di cogliere i
risvolti più bizzarri della vita e, per quanto fossero timorate di
Dio, ricorrevano ancora ai sacrifici per accattivarsi i favori delle
forze che li toccavano più da vicino.
Inventavano storie su quella donna, per passare le serate e spaventare i bambini quando era ora di dormire: raccontavano come
sapesse cambiare aspetto, trasformandosi in un corvo o in una
volpe rossa; come facesse inacidire il latte o rendesse inutili le
trappole con un solo sguardo; e cosa facesse nella sua casetta ai
bambini che non obbedivano ai grandi. Questi racconti si arricchivano di dettagli con il passare degli anni, e fu così che finirono per chiamarla «strega».
Cose di questo genere accadevano spesso alle donne che vivevanno sole e per lo più non recavano alcun danno, anche se poteva
capitare che qualche vecchia stupida, trattata come una strega e
illusa da qualche regalo, potesse convincersi di possedere davvero il potere di far piovere o di far innamorare, e finisse nei guai.
Ma questa donna, in particolare, era veramente una strega.
Non era malvagia, ma neppure si scomodava spesso a fare del
bene. Era come una montagna degna di venerazione, la cui vetta in inverno è coperta di neve, che da un momento all’altro può
provocare una valanga. Così, attorno a questa cima, tutti si muovevano in punta di piedi, anche se normalmente la neve non faceva altro che gonfiare i torrenti in primavera senza creare danni alla campagna.
Questa donna aveva un nome, ma nessuno nella foresta lo conosceva. Meglio così, dal momento che se mai qualcuno lo avesse pronunciato, si sarebbe procurato una gravissima bruciatura alla lingua nonché a gran parte del terreno circostante. Lagente la chiamava «Tranquilla Signora»
oppure «Signora Foresta» o, più comunemente, roteando gli occhi o scuotendo la
testa in un certo modo, «Quella» o «Lei».
E tutti sapevano di quale Lei si trattasse.
La donna impiegava il suo tempo in modo
ben diverso da quel che pensava la gente. Non scorazzava a cavallo di una scopa,
non faceva visita al diavolo e non cucinava bambini per cena. Per lo più si dedicava allo studio del mondo, sia delle parti
che tutti possono vedere – il mondo fatto
di roccia e di fiori, di pioggia e di insetti – sia delle parti che non vediamo, ma
che a volte riusciamo ad avvertire con un
formicolio alla nuca o un brivido lungo la
schiena, quando ci troviamo in un bosco
frusciante e le nuvole corrono nel cielo velando la luna piena.
Sapeva ascoltare. Neppure le pietre avevano segreti per lei: non
solo capiva il linguaggio degli animali, come molte altre persone, ma anche le voci dei fiori di campo e degli alberi del bosco.
E poteva parlare nelle loro lingue, cogliendo così la saggezza segreta racchiusa nel grande fiume della vita che risale senza interruzione fino alla creazione del mondo.
Grazie alle proprie conoscenze operava magie e non solo del tipo che consideriamo tale oggigiorno – trasformare il piccolo in
grande e il grande in piccolo, rendere morbido il duro e duro il
morbido, scambiare di posto il sopra e il sotto – sebbene potesse
fare di queste cose e altre ancora con la stessa fatica che costa
una grattatina al naso. No, quello che faceva per la gran parte
del suo tempo era talmente strano che persino il ricordo delle parole per descriverlo è svanito del tutto. Si potrebbe dire, se proprio dobbiamo dire qualcosa, che regolava lo schema delle cose
per permettere alla vita di fluire nel tempo senza scosse e consentire al sole di diventare un seme di girasole e al seme di girasole di diventare topolino, al topolino di diventare donnola e alla
donnola di diventare gufo reale, al gufo reale di diventare mosca
cartaria e ancora e ancora in continuo mutamento, schemi sempre nuovi ed equilibrati che danzano seguendo una melodia imperscrutabile.
La donna aveva dedicato la vita all’ascolto di quella melodia. Era
il suo lavoro e il suo unico piacere. Negli ultimi tempi quel suono si era affievolito, e ciò la preoccupava: sentiva il cambiamento in arrivo, anche se ancora lontano, come il battere di un’ascia
sull’altro fianco della montagna. Innanzitutto la foresta era più frequentata. Un villaggio posto al limitare della foresta era diventato una vera città, dalla quale le strade si dipanavano come
tanti fili di ragnatela, e lungo le strade le fattorie crescevano
come funghi e si trasformavano in villaggi, pieni di stranieri
che si facevano beffe delle antiche usanze. Tutto questo la irritava e la spingeva a lavorare ancora di più.
La gente del posto non ne sapeva nulla, ovviamente, sebbene
parte del suo lavoro avesse una qualche influenza sulle loro vite.
Dicevano che era «fortuna», e in effetti la foresta era un luogo
baciato dalla fortuna: le trappole permettevano ai cacciatori di
vivere vendendo pellicce, ma molti animali riuscivano a evitarle.
L’ascia del taglialegna colpiva con grande precisione, e l’albero
cadeva sempre nel punto giusto, gettando i suoi semi nelle pieghe più feconde del terreno. I cavalli non scivolavano mai mentre
trainavano i tronchi, che finivano dritti nel fiume raggiungendo
la segheria senza intoppi. Nelle piccole fattorie le vacche producevano molto latte e le galline deponevano molte uova, così che
il burro, il formaggio e le uova della zona erano ben noti a tutte
le città che circondavano la foresta. E questo derivava dal lavoro della donna, sebbene indirettamente, proprio come il fuoco di
una fucina aiuta le rondini a covare le uova, nei nidi posti sotto
il tetto dell’edificio.
Presto arrivò alla casetta fatta di legno consunto dal tempo, una
casa stretta e alta dal tetto di paglia spiovente, che poggiava su
una base di pietre scure accostate a secco, senza l’aggiunta di
malta. Un angolo della casa era sorretto da una quercia, mentre la porta e gli stipiti erano coperti di figure intagliate, forme
sinuose di donne, uomini e animali, che cambiavano continuai posto. A parte ciò, la casa della donna somigliava a tutte le altre abitazioni della regione.
Un grosso gatto grigio spelacchiato, dagli occhi come acini di
uva bianca, si godeva il sole sulla pietra calda davanti alla porta
e levò lo sguardo quando la vide arrivare. I baffi vibrarono alla
vista del cesto che la donna aveva con sé.
– Spero che sia qualcosa di commestibile – disse il gatto.
– Niente affatto – rispose la donna. – È un bambino, vedi?
Posò il cesto per terra e lo aprì. Il gatto sbirciò il bambino che si
era addormentato.
– Divertente! – disse il gatto sogghignando. – Hai intenzione di
prenderlo e farlo a pezzettini?
– Che razza di idea! – esclamò la donna. – Neanche per sogno. –
Si fermò e fissò il gatto negli occhi. – E tu non provarci. Dico sul
serio, Falange. Se vedo un solo graffio su questo bambino... – si
chinò verso il gatto, fino a sfiorargli il muso – ti trasformo in un
cane. Il gatto rabbrividì e cominciò a pulirsi nel modo distaccato tipico dei gatti quando sono in imbarazzo ma non vogliono darlo a
vedere.
Tra una leccatina e l’altra disse:
– Be’, allora, che cosa intendi fare di quella cosa?
– Ho intenzione di tenerlo, naturalmente. Vivrà qui con noi.
Spinse il gatto di lato, raccolse il cesto ed entrò in casa con decisione. Il piano terra era costituito da un’unica grande stanza,
con un focolare e finestre protette da grate su tre lati. Al centro
troneggiava un tavolo rotondo con alcune sedie, mentre lungo
le pareti erano disposte credenze per piatti e stoviglie e una libreria che raggiungeva il basso soffitto. Il piano del tavolo era
ingombro di pezzetti di carta stropicciati contenenti erbe e semi,
mazzetti di piante essiccate, fiale di vetro colorato, alcune delle
quali contenevano liquidi mentre in altre si intravedevano oggetti avvizziti e brunastri, una pila malferma di libri rilegati in
pelle e una penna d’oca piantata in una boccetta di inchiostro.
Con un gesto deciso la donna liberò una parte del tavolo e vi
posò il cesto.
Si rivolse al gatto, che l’aveva seguita all’interno, e disse:
– Questo bambino mi è stato gettato addosso come una maledizione. Accogliendolo, scongiuro il maleficio e cambio il corso del
destino. Chissà dove porterà. Inoltre, ho sempre voluto allevare
un bambino. Sbaglio o era una risatina, Falange?
– Niente affatto. Forse era una palla di pelo. – Il gatto saltò sul
tavolo e scrutò di nuovo all’interno del cesto. – Affascinante creatura – osservò. –– Ha qualcosa del maiale e qualcosa del pipistrello. Ma i bambini non dovrebbero essere tutti belli?
– Cambierà crescendo – disse la donna con sicurezza. – È una
fase che attraversano tutti.
Il gatto, incredulo, le rivolse uno sguardo penetrante che la
donna non notò. Tolse invece il bambino dal cesto e si sedette su
una sedia comoda, cullandolo come pensava avrebbe fatto una
mamma. Non aveva alcuna esperienza di bambini, dal momento
che aveva incontrato la sua vocazione quando era ancora molto
giovane e non si era mai interessata in alcun modo a faccende
che considerava anche un po’ sporche. E scoprì subito quanto lo
fossero davvero: nessuno si era occupato di qual bambino ultimamente e il piccolo puzzava! Nonostante ciò rimase dov’era, soprattutto a beneficio del gatto che osservava bieco la scena.
– Fai proprio sul serio, allora? – chiese il gatto.
– Sì, certo – rispose la donna. – Non c’è alcun motivo per cui non
possa essere una madre. Dopo tutto…
( La maschera d’oro, Mondadori)
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