
Buona parte dell'umanità sembra vivere in uno stato di ecstasy deprivation (privazione dell'estasi), come lo chiama l'antropologa Felicitas Goodman. L'esperienza estatica è un bisogno fondamentale per l'uomo. Il contatto con la fonte di soddisfazione di tale bisogno è disturbato da qualcosa che è successo in un passato che si estende ben oltre le documentazioni storiche ufficiali.
Secondo alcuni antropologi, le esperienze estatiche e il rapporto con le realtà non ordinarie costitui- vano l'aspetto tipico dei popoli che vivevano anticamente sul nostro pianeta. Si trattava di gente nomade, dedita alla caccia o alla raccolta ciclica dei prodotti della terra, che col tempo finì con l'estinguersi o trasformarsi in agglomerati tribali fondati sull'orticoltura. Con questo passaggio, dalla caccia, o raccolta spontanea, all'orticoltura, si accelerò il processo di separazione dalla coscienza dei popoli precedenti. Con lo sviluppo delle società agricole e in seguito di quelle urbane, questo processo divenne poi definitivo.
Le documentazioni sulle esperienze estatiche delle popolazioni primordiali iniziarono probabilmente a svilupparsi allorché le società basate sull'orticoltura si erano già insediate. Queste società tramandarono una serie di strumenti e istruzioni al fine di preservare l'accesso alle esperienze dei loro antenati. Il procedere degli eventi accentuò tuttavia la separazione da questo vissuto e lo rese in seguito incompatibile con la prospettiva dualistica di dominio e potere che prevalse su gran parte del nostro pianeta.
Nelle società recenti sono state generalmente ignorate altre possibilità di percezione oltre quelle del corpo fisico. Le cose che vedo con gli occhi fisici, identificate con un nome e uno spazio specifico, sono state estratte dalla loro unità originaria e trasformate in entità separate.
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